mercoledì 8 agosto 2012

Il futuro dell’Italia sepolto dal cemento

 

La lotta al consumo di suolo al centro del convegno “Costruire il futuro: difendere l’agricoltura dalla cementificazione”. Il Ministro Mario Catania: “Agricoltura al centro di un nuovo modello di sviluppo per il Paese”.

Dopo i campi di sterminio, stiamo assistendo allo sterminio dei campi“, diceva amaramente il poeta Andrea Zanzotto,strenuo difensore della terra dall’aggresione della speculazione. E il suono di queste parole ha accompagnato i lavori del convegno “Costruire il futuro: difendere l’agricoltura dalla cementificazione”, che si è tenuto il 24 luglio presso la Biblioteca della Camera dei Deputati a Palazzo San Macuto ed è stato organizzato dal Mipaaf, Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali.
All’incontro, nel corso del quale il Ministro Catania ha presentato un disegno di legge sul tema, hanno partecipato come relatori Sergio Rizzo, giornalista del Corriere della Sera, e Carlo Petrini, fondatore di Slow Food.

“Ogni giorno 100 ettari di terreno vanno persi”, l’allarme del Ministro “negli ultimi 40 anni parliamo di una superficie di circa 5 milioni. Siamo passati da un totale di aree coltivate di 18 milioni di ettari a meno di 13″. Dati allarmanti che testimoniano quanto il dramma del consumo del suolo nel nostro Paese debba essere una priorità assoluta da affontare.

“Dobbiamo invertire la rotta di un trend gravissimo che richiede un intervento in tempi rapidi”, prosegue Catania, “serve una battaglia di civiltà, per rimettere l’agricoltura al centro di quel modello di sviluppo che vogliamo dare al nostro Paese. Noi usciremo vincenti da questa crisi se lo faremo con un nuovo modello di crescita che passa necessariamente attraverso questi temi“.

Il nemico numero uno della terra e del suolo si chiama cementificazione, che fa spesso rima con speculazione edilizia.

È un fenomeno che ha un impatto fortissimo sulle aree agricole del nostro Paese”, aggiunge il Ministro, “ma diventa ancora di più preoccupante quando lo vediamo concentrato in quelle zone altamente produttive, ad esempio sulle pianure. È qualcosa di devastante sia per l’ambiente sia per l’impresa agricola“.
Fermare le ruspe e le gru per gettare le basi di un diverso modello di sviluppo per il Paese, più sostenibile e umano. Ma questo significa intaccare gli interessi milionari delle grandi lobby dell’edilizia, storicamente fortissime in Italia e l’inerzia della politica.

“Bisogna contrastare l’aggressività di alcuni poteri forti,” ammette Catania, “l’assenza di regole, dobbiamo modificare una certa cecità della politica. Purtroppo, su questo aspetto, ancora manca una visione complessiva da parte di molti. Questa battaglia è invece talmente importante che non la si vince con la singola iniziativa isolata, ma lavorando insieme”.

L’importanza della conservazione dei suoli liberi e delle coltivazioni non si limita, come in molti pensano, all’aspetto meramente economico, legato alla ristretta logica produzione-consumo. “Noi paghiamo poco gli agricoltori, ma quando perderemo i veri presidi da loro costituiti, e ce ne renderemo conto, sarà troppo tardi“, dice Carlo Petrini ondatore di Slow Food. “Nel nostro Paese non c’è la responsabilità di sapere cosa fa un agricoltore, mentre tutti dovrebbero sapere che non coltiva solo i frutti della terra, ma preserva l’ecosistema, la tutela del paesaggio, la memoria storica. L’agricoltura va al di là della semplice produzione di cibo”.
La terra non è solo una merce da sfruttare e sacrificare sull’altare della demenziale legge della crescita, ma costituisce l’eredità più importante che viene lasciata alla generazioni che verrano. È tessuto sociale, appartenenza, solidarietà e identità. Valori, non beni, inestimabili e non rinnovabili, una volta perduti sotto colate di cemento e asfalto. Una battaglia, quella per salvare il territorio, che non può limitarsi agli sforzi di un solo Ministero, ma deve coinvolgere Istituzioni e cittadini.

“L’Italia”, sottolinea ancora Petrini, “è sotto lo schiaffo di una situazione speculativa di proporzioni inimmaginabili, c’è bisogno che tutti avvertano la necessità di cambiare l’attuale paradigma produttivo”.

Una riflessione profonda a cui contribuisce anche il giornalista del Corriere della Sera Sergio Rizzo: “I Padri costituenti avevano già capito tutto, tanto è vero che in uno degli articoli fondamentali della Carta avevano introdotto la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Il nostro Paese non ha riserve di gas, non ha giacimenti di petrolio, non ha miniere di diamanti, ma ha un paesaggio unico. E invece che far leva su questo spesso si pensa a cementificare il territorio. Ci sono“, aggiunge Rizzo, “aree dell’Italia dove a una bassa crescita demografica si associa un alto tasso di cementificazione. Dobbiamo renderci conto e capire che si può ripartire dalla terra. Un governo che abbia un senso di quello che, da questo punto di vista, può dare il Paese deve proporre un piano straordinario di rivalutazione ambientale”.

Preservare la terra per dare un futuro, non solo economicamente, alle prossime generazioni e all’Italia. Il suolo custodisce memoria e storia, vita ed energia. Racchiude in sè molto più di qualche punto di Pil. È lo spirito delle comunità. E nessuno ha il diritto di cancellarlo in nome del profitto personale o di un meschino tornaconto elettorale. Lo spread passa, la terra deve rimanere. È una cosa seria.

Marco Bombagi
(Tratto da: Salviamo il Paesaggio – Roma e provincia)

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